Opinioni  
22 Marzo 2025


La bulimia punitiva aumenterà il consenso, ma non serve a niente


Giovanni Fiandaca

Pubblichiamo di seguito, per l'interesse, un articolo del prof. Giovanni Fiandaca pubblicato sul quotidiano Il Foglio di ieri, 21 marzo 2025.

 

Una premessa. Interpellato tra altri sulla sorprendente e spericolata bocciatura da parte di Delmastro della riforma delle carriere come concepita dal guardasigilli Nordio, il vice-presidente della Camera Giorgio Mulè ha dichiarato all’intervistatore (Il Fatto del 15 marzo): “Sapesse quante cose a me non piacciono del governo, della deriva panpenalistica in giù, ma noi le votiamo per lealtà. Si chiamano compromessi e compensazioni”.

Ho motivo di presumere che, tra gli esponenti di Forza Italia, non sia soltanto Mulè a non gradire l’alluvione populista di nuove incriminazioni e nuovi aumenti di pena che, per principale, impulso di Fratelli d’Italia va ingrossando il già mastodontico e malconcio corpaccione della legislazione penale nel nostro paese. Ma questo sgradimento rimane platonico, dal momento che non si traduce in concrete modalità di opposizione dura e intransigente: calare la testa, sia pure a malincuore, al panpenalismo diventa un costo che si è disposti a pagare per lealtà governativa. Più precisamente, in nome di una lealtà che non è motivata da una comunanza di principi e valori o da una condivisione di programmi, bensì che finisce con l’essere imposta dalla volontà di stare comunque al governo per condividerne il potere decisorio e conseguire così, in una logica di scambio, obiettivi che stanno molto a cuore (come ad esempio la riforma delle carriere dei magistrati richiesta, appunto, in particolare da Forza Italia) alla propria parte politica.

Tutto ciò sorprende? Sappiamo bene, e la politologia più realista ce lo conferma da tempo, che la politica tende per quasi naturale inclinazione ad agire sulla base di mediazioni, compromessi e do ut des più o meno espliciti o sotterranei. Ma è pur vero che l’utilitarismo di parte può risultare cinico, e persino socialmente dannoso, se non incontra limiti specie in alcuni ambiti. Orbene, ritengo - e non credo soltanto per specializzazione o deformazione professionale - che, tra i settori nei quali le decisioni politiche dovrebbero obbedire il meno possibile a calcoli egoistici, rientri non ultimo quello dei reati e delle pene. La bulimia punitiva strumentale al consenso è, per lo più, priva di reale efficacia preventiva e destinata a una prevalente funzione simbolica. Una penalizzazione invasiva e straripante è illiberale, se non tout court autoritaria: cosa che, purtroppo, non viene percepita dalla maggioranza dei cittadini anche perché, come non si stanca di rilevare Angelo Panebianco, la cultura politica italiana è tradizionalmente priva di “anticorpi liberali”.

Più reati e più pene, tanto più se privi di comprovabile giustificazione, oltre ad accrescere il potere dei pubblici ministeri (in contraddizione con la riforma delle carriere, che tenderebbe in vece a limitarlo!) e a ingolfare ulteriormente la macchina giudiziaria e gli uffici della magistratura di sorveglianza, finiscono - e queste sono le conseguenze più preoccupanti - col provocare inutili sofferenze ed effetti dannosi di varia natura non solo alle persone in carne e ossa sottoposte a pena ma anche alle loro famiglie. Senza contare lo spreco di risorse economiche e umane necessarie per gestire l’apparato punitivo e che, piuttosto, andrebbero meglio destinate a strumenti di intervento di ben altra natura.

Eppure, la consapevolezza dell’inutilità o dannosità del troppo punire emerge qua e là sullo stesso versante politico. Ha ad esempio affermato Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, in una intervista rilasciata a questo giornale il 17 marzo: “Le pene stanno smarrendo le proprie funzioni, travolte da una valanga di fattispecie, populismo penale, assenza di alternative rispetto alla carcerazione, poveri cristi in attesa di giudizio per reati minori e in condizioni carcerarie disumane”. Ma il punto è passare da una consapevolezza teorica a battaglie concrete e credibili contro la deriva punitivista. Corresponsabili, sia pure in misura diversa, di averla assecondata o non contrastata sono anche le forze progressiste, incluso il Pd, che hanno non di rado nel passato contribuito a utilizzare il penale come rimedio urgente o tappabuchi per far fronte a mali sociali piccoli o grandi, che sarebbe stato più difficile e costoso contrastare con altri mezzi.

Come professori di diritto penale, oltre ad analizzare e criticare gli scadenti mal congegnati e superflui prodotti confezionati quasi a getto continuo dalla fabbrica legislativa, dovremmo - auspicherei - farci maggiormente carico di altri due compiti. Per un verso, dovremmo diventare un po’ politologi e sociologi: per approfondire l’indagine sulle cause e le ragioni non solo politiche, ma prima ancora psicosociali per cui il punire - per dirla con Didier Fassin - è divenuto una sorta di passione contemporanea. Per altro verso, dovremmo impegnarci di più in un’azione di pedagogia collettiva, volta a spiegare al grosso pubblico perché l’impiego delle pene può risultare un rimedio inefficace, illusorio e addirittura controproducente. Confido che alcuni professori e studiosi, come si desume da loro interventi anche sulla stampa, siano oggi davvero disposti a incamminarsi lungo le due direzioni auspicate.