o.d.g. n. 2124 11 giugno 2026, art. 70
Il pensiero umano è un frutto che cresce sull’albero della vita. Le parole sono indispensabili, ma se si staccano dai contesti concreti finiscono per assomigliare alle allucinazioni dell’intelligenza artificiale. La recente polemica sulla delibera del Consiglio Superiore della Magistratura circa i criteri per il conferimento degli uffici direttivi (approvata l’11.06.2026) lo dimostra bene. Espressioni come “sedi ad alta densità mafiosa” o “esperienza nella lotta alla mafia”, se lette fuori contesto, possono generare equivoci profondi. Sembrano parlare della geografia nazionale delle mafie, come se il CSM avesse voluto stabilire dove la mafia esiste e dove non esiste. Ma non è questo il senso della delibera. Per comprenderla, bisogna calarsi nel mondo del governo autonomo della magistratura, nelle procedure di conferimento degli incarichi direttivi, nelle dinamiche, talora opache, del correntismo.
Il senso della delibera era molto circoscritto: evitare che in ogni singola procedura di nomina si riaprisse una discussione interminabile per sostenere o contestare che una determinata sede fosse caratterizzata da una particolare emergenza mafiosa, richiedendo, di conseguenza la prevalenza del candidato X o Y. Si è cercato di predeterminare, con valutazione soggetta a revisione periodica, le sedi nelle quali l’infiltrazione mafiosa risulti così consolidata da incidere stabilmente sull’organizzazione e sulla direzione dell’ufficio giudiziario. Questo non significa dire che in altre sedi la mafia non esiste. La capacità di contrastare la criminalità organizzata deve appartenere al profilo professionale di qualunque magistrato che aspiri a guidare un ufficio requirente. Tuttavia, in alcune sedi può essere ragionevole valorizzare in modo più intenso chi abbia maturato una particolare esperienza antimafia. Del resto, non si possono destinare ovunque gli specialisti antimafia: primo perché il loro numero non è infinito; secondo perché ogni profilo ha punti di forza e limiti. Chi eccelle nelle indagini mafiose può non avere la stessa esperienza in materia economica, ambientale, di sicurezza del lavoro o di tutela delle fasce deboli. Vogliamo dire che questi problemi non esistono?
Il problema è serio e occorre certamente ridiscutere quella delibera. Bisogna introdurre maggiore flessibilità, evitando che la predeterminazione cristallizzi situazioni locali in continua trasformazione. Servono parametri di mafiosità moderni, criminologicamente aggiornati e sufficientemente precisi. Il criterio geografico non basta. Deve essere combinato con la valutazione circa l’incidenza delle associazioni mafiose nell’economia, nella società, nelle amministrazioni e nella vita istituzionale del territorio.
Nel conferire incarichi direttivi, il CSM dovrà inevitabilmente affermare che alcune sedi sono a più alta densità mafiosa di altre. E dovrà dirlo dopo una accurata valutazione del contesto criminologico. Ma tutti dovremmo essere consapevoli dell’ambito molto specifico in cui operano simili affermazioni, evitando di assolutizzarne il significato. Non è qui che si si sancisce l’abbandono di alcuni territori alle organizzazioni criminali. Individuare precise priorità all’interno di una specifica procedura amministrativa è indispensabile: in assenza di criteri puntuali, ogni decisione diventa arbitraria, rivitalizzando la nefasta influenza delle correnti.