ISSN 2704-8098
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  Recensione  
19 Giugno 2026


Un «secondo tiro di dadi»: nella risocializzazione le sole speranze di un carcere al collasso

Il messaggio del romanzo di Glauco Giostra “Se fioriscono le spine” (ed. Menabò, 2025)



 Se fioriscono le spine, il romanzo opera prima di Glauco Giostra è un racconto insolito, originale sulla realtà del carcere di uno dei più importanti e autorevoli studiosi del processo penale e del sistema penitenziario. Attraverso alcune vite incredibili (come tante che nascondiamo dietro le mura di una prigione) la storia propone una riflessione su questioni giuridiche, etiche e filosofiche che ci interpellano da sempre: cos’è la giustizia, qual è il senso della pena, il peso dell’errore nella vita di una persona e di una comunità, se e quanto siamo disposti a concedere seconde possibilità.

Con una solida e coinvolgente architettura del racconto, con una prosa rigorosa e al tempo stesso ricercata ed evocativa, il romanzo segue due canoni narrativi. Il primo si sviluppa dentro il carcere “reale” in cui si incontrano Antonio e Angelo detto “Il Muto”, due delle tante anime fragili e tormentate che lo abitano e che in quella condizione di deprivazione, sopraffazione e brutalità stringono una “complice” amicizia riconoscendosi nella radice comune del dolore che li ha attraversati portandoli più volte a compiere scelte sbagliate (provengono da contesti familiari degradati dalla miseria e dalla violenza, specialmente quella sulle donne); l’altro ci guida dentro il carcere “interiore” dei due protagonisti e dei tanti personaggi che animano l’intero romanzo e che intrecciano la loro vita, per scelta o per circostanza, a quella di Antonio e Angelo. L’autore ci offre l’occasione per posare lo sguardo su due mondi che difficilmente catturano la nostra attenzione: il primo, il carcere “reale”, perché non ci interessa confrontarci con il male che pensiamo di averci rinchiuso; il secondo, il carcere “interiore” di ognuno di noi, perché vorrebbe dire fare i conti con le paure, le fragilità, i tabù che spesso lo popolano, con l’essenza di una persona che va oltre le maschere che indossa, i gesti che compie, oltre l’apparenza delle cose; non cadeva una lacrima, ma un pianto inconsolabile … scorreva dietro agli occhi di Angelo mentre raccontava ad Antonio la vicenda devastante dell’uccisione della madre che lo aveva portato a rinchiudersi nel mutismo.

Lo sguardo sul carcere “reale” ci rivela un sistema in cui convivono troppe contraddizioni: vogliamo cambiare in meglio persone che hanno sbagliato costringendole a sopportare una disumana sofferenza; pretendiamo di rieducarle al rispetto delle regole non rispettandole a nostra volta; puntiamo al reinserimento sociale recidendo legami e isolando. L’imprigionamento come modello punitivo è il prodotto di quell’idea radicata e difficile da estirpare che vede il carcere come contenitore del male, il luogo dei cattivi e del loro patimento meritato, dell’espiazione senza sconti della colpa; malgrado la tensione rieducativa che dovrebbe dare senso alla pena (art. 27 comma 3 Cost.), domina nell’immaginario collettivo e pure in quello di molti operatori della giustizia (che possiamo rintracciare nel personaggio di Iena Ridens, uno degli ispettori di polizia penitenziaria descritti nel romanzo) l’approccio securitario, retributivo e mortificante proprio dell’istituzione totale che punta a degradare la persona detenuta fino a spogliarla della sua dignità.

E lo sguardo sul carcere “interiore” ci restituisce la fotografia di questa composita umanità che vive dentro e fuori le mura di una prigione e da cui dipende la possibilità di tirare una seconda volta i dati, pur con le cicatrici dei propri sbagli che non scompariranno mai, né da sé, né dalla pelle di quanti sono stati offesi e danneggiati. Antonio si sentiva addosso un senso di precarietà, di inutilità, di vulnerabilità. Non era nessuno: in ogni momento poteva ricevere un’umiliazione, uno sguardo di commiserazione, un insulto, uno sgarbo, un rifiuto. Era un insignificante anonimo per alcuni, l’ex detenuto per molti. Perché le possibilità di recupero delle persone che hanno subito il carcere dipendono dalle tante Aurora – una vittima – e dai tanti Ciriola – una “guardia” – che nonostante tutto provano a non “inchiodare” chi ha commesso un reato al proprio crimine, a mostrare rispetto per la persona che c’è dietro (nessuno è il suo errore) e ad offrire una seconda opportunità (io sono lo stagno, le ombre riflettono le nuvole nel tuo cielo” dice Antonio ad Aurora non insensibile alle critiche del marito Leandro per il suo atteggiamento di apertura e disponibilità verso il pregiudicato a cui ha offerto un lavoro nella sua casa); dipendono dai Leandro e dai troppi Manfredi, cittadini perbene e benpensanti come ci sentiamo in tanti, che non fanno sconti e non sono disposti a concedere un altro tiro di dadi: certo dispiace: è pur sempre una vita umana, ma i delinquenti prima o poi fanno questa fine, dice Manfredi alla piccola Giada che Angelo salva da un rapimento con la propria vita. Il diritto alla speranza proprio di ogni essere umano, negato da un carcere che ammala e uccide per le condizioni indegne in cui costringe migliaia di persone (è la macabra cronaca della quotidianità penitenziaria degli ultimi anni arrivata nel 2024 al record di suicidi), non ha miglior sorte nella civile comunità di noi sedicenti liberi se viviamo costretti dai legacci del pregiudizio, quando non di una mortifera indifferenza. La speranza vive nel dialogo, nella fiducia, nel riconoscimento dell’altro pure quando è dietro la grata di una prigione, nel saper guardare oltre le apparenze e gli stereotipi come fanno i bambini, come fa Giada con Angelo mentre la aiuta a fare i compiti o glieli riguarda se li ha già fatti; ed è di una tenerezza infinita costatare che a volte trova[no] le stesse difficoltà e si aiuta[no] a superarle.

E così anche i cappi possono diventare altalene.