Responsabilità, vulnerabilità e tempo della pena in “Se fioriscono le spine” di Glauco Giostra
Se fioriscono le spine comincia dove il giudizio, almeno nella sua forma pubblica, sembra essersi concluso. Il fatto è stato ricostruito, la responsabilità attribuita, la vittima riconosciuta, la pena pronunciata. La vicenda potrebbe apparire ormai consegnata alle categorie che il diritto ha il compito di rendere nette. Eppure il romanzo di Glauco Giostra prende avvio proprio nel punto in cui quelle categorie, pur restando necessarie, non bastano più a contenere ciò che accade.
Dopo il processo, infatti, il caso non scompare. Cambia forma. Oltrepassa la soglia del carcere e torna a essere una vita: un corpo che deve abitare uno spazio imposto, un tempo che non gli appartiene interamente, una memoria che continua a riaprire ciò che la sentenza ha dovuto fissare. È questo passaggio - dal fatto alla persona, dal giudizio alla durata - a rendere il libro particolarmente incisivo per chiunque si interroghi sull’esecuzione penale.
Ho letto il romanzo dopo oltre trentacinque anni trascorsi nel sistema penitenziario. Avrei potuto cercarvi la conferma di luoghi, procedure e comportamenti conosciuti. È accaduto il contrario. Giostra non mi ha mostrato un carcere ignoto; mi ha restituito come domanda ciò che la familiarità professionale rischia di rendere evidente soltanto in apparenza. L’esperienza consente di riconoscere i meccanismi, ma proprio per questo può attenuare lo stupore davanti all’unicità delle persone che quei meccanismi attraversano.
La letteratura, quando riesce, interrompe questa economia del riconoscimento. Non sostituisce la competenza e non pretende di correggere il diritto. Introduce piuttosto una resistenza: impedisce che ciò che è stato classificato venga considerato per ciò stesso compreso. Se fioriscono le spine agisce in questo spazio. Non attenua il giudizio; gli impedisce di diventare l’unica forma possibile dello sguardo.
La parola esatta e la vita che eccede
Il processo ha bisogno di parole esatte. Imputato, vittima, colpevole, parricida, pena: senza categorie capaci di delimitare il fatto e di attribuire responsabilità non vi sarebbe giustizia, ma soltanto impressione, sospetto o vendetta. La precisione del diritto non è una freddezza da rimproverare; è una garanzia. Il romanzo non la contesta e non pronuncia una contro-sentenza.
Antonio entra nella storia preceduto dalla parola che sembra ormai contenerlo per intero: parricida. È una parola vera. Dice il gesto irreparabile e la responsabilità che ne deriva. Giostra non prova a dissolverla nell’infanzia, nella famiglia o nel destino. Non trasforma la sofferenza ricevuta in un credito da opporre al male inflitto e non sposta la vittima ai margini del racconto per fare posto al colpevole. Il padre ucciso non diventa un ostacolo narrativo alla comprensione del figlio.
La scelta più esigente del romanzo consiste proprio nel lasciare intatta la responsabilità e, nello stesso tempo, nell’impedire che diventi una definizione totale. Parricida dice ciò che Antonio ha fatto. Non può dire, da sola, tutto ciò che Antonio è stato, ciò che gli è accaduto, ciò che continua a ricordare e ciò che potrebbe ancora diventare. La qualificazione giuridica è esatta rispetto al fatto; diventa ingiusta soltanto quando pretende di sostituirsi all’intera biografia del suo autore.
La narrazione non ci chiede, dunque, di scegliere fra il reato e la persona. Chiede di non usare l’uno per cancellare l’altra. È una distinzione particolarmente importante nel tempo della pena, perché chi entra in carcere vi giunge preceduto da un fascicolo, da una sentenza, talvolta da una rappresentazione pubblica ormai irrigidita. Ma chi lo incontra nell’istituto non incontra un titolo di giornale. Incontra qualcuno che deve mangiare, dormire, attendere, telefonare, difendersi, ricordare. Il reato entra con lui e non perde gravità; smette però di essere l’unica realtà con la quale l’istituzione è chiamata a misurarsi.
Tra il tribunale e la casa circondariale, Giostra colloca inoltre la casa natale. Non come rifugio buono da contrapporre al carcere cattivo, ma come primo luogo nel quale una persona impara la fiducia, la paura, la parola o il silenzio. Prima della porta blindata può esserci stata una porta domestica. Prima della dipendenza dall’istituzione, una dipendenza familiare che ha lasciato segni profondi. Questa genealogia non assolve Antonio; evita, piuttosto, la comoda solitudine dell’atto, l’idea che una colpa nasca interamente nell’istante in cui viene commessa e che basti nominarla per avere spiegato un uomo.
Vulnerabili senza essere innocenti
Uno dei risultati più maturi del romanzo consiste nel sottrarre la vulnerabilità al monopolio dell’innocenza. Siamo portati a riconoscere più facilmente la fragilità quando non entra in conflitto con il giudizio morale. Giostra impone invece di sostenere insieme due verità: si può aver commesso un male irreparabile e continuare a essere esposti al male degli altri.
L’ingresso di Muto, con la protezione offerta ad Antonio, rende questa tensione concreta. Antonio resta responsabile e, nello stesso tempo, può subire una sopraffazione che nessuna sentenza prevede o autorizza. Riconoscere l’abuso non riscrive il processo, non attenua la colpa, non sottrae nulla alla vittima originaria. Significa soltanto affermare che la privazione della libertà non rende una persona disponibile a qualsiasi trattamento.
Il colpevole può essere vittima senza diventare innocente. È una proposizione semplice soltanto in apparenza, perché obbliga a sottrarsi a una distribuzione rassicurante dei ruoli. Vittima, autore del reato, detenuto, custode non sono identità moralmente immobili. Possono sovrapporsi, succedersi, entrare in tensione. La dignità non è il premio riservato a chi non ha colpe; è il limite che il potere incontra proprio quando si esercita su chi ha violato la dignità altrui.
In questa prospettiva, il romanzo evita due opposte semplificazioni. La prima vede soltanto il reato e considera ogni sofferenza successiva una conseguenza quasi naturale della colpa. La seconda vede soltanto la sofferenza e rischia di rendere evanescente la responsabilità. Giostra non invita il lettore a passare da una parte all’altra. Gli impedisce di averne una sola. La vittima resta vittima; il colpevole resta responsabile; e tuttavia nessuna di queste verità è autorizzata a esaurire l’umano.
Il potere senza caricature
La stessa complessità attraversa i personaggi istituzionali. Iena Ridens, Ciriola e la direttrice non sono comparse chiamate a rappresentare, rispettivamente, il male e il bene dell’istituzione. Sono tre modi di abitare la funzione, tre possibilità che il potere assume quando incontra la dipendenza altrui.
Iena Ridens è il potere quando la regola perde la propria ragione e diventa ghigno. Non necessariamente la violazione aperta della norma, ma qualcosa di più sottile: l’uso della posizione per far sentire all’altro la propria irrilevanza. La procedura resta formalmente riconoscibile, ma viene svuotata della sua funzione e trasformata in un’occasione di diminuzione. Il personaggio non consente facili generalizzazioni; mette piuttosto a nudo una possibilità umana che può annidarsi in ogni relazione fortemente asimmetrica.
Ciriola rappresenta la misura. Non rinuncia al ruolo, non confonde la comprensione con la complicità e non abolisce la distanza necessaria. Semplicemente, impedisce che alla pena venga aggiunto il disprezzo. La direttrice esprime una forma ancora diversa di autorità: il contenimento, inteso non come maternage indistinto, ma come capacità di tenere insieme la regola e la persona, di accogliere la sofferenza senza farsene travolgere, di esercitare il potere senza aver bisogno di esibirlo.
Il romanzo non propone una graduatoria morale fra professioni e non trasferisce sui singoli operatori la soluzione di problemi che appartengono alla complessità dell’istituzione. Mostra però che nessun ruolo esaurisce la responsabilità personale. La funzione determina compiti, vincoli e distanze; non decide una volta per tutte il tono, lo sguardo, la qualità della presenza. L’autorità può essere ferma senza essere umiliante, attenta senza diventare indulgente, umana senza smettere di essere autorità.
È forse questo il punto nel quale Se fioriscono le spine sollecita più direttamente chi lavora nel carcere. Non attraverso un’accusa, ma mediante una domanda: quale forma assume il potere quando quasi ogni bisogno dell’altro deve diventare una richiesta? In una relazione nella quale porte, tempi, oggetti e movimenti dipendono da decisioni altrui, anche un gesto minimo acquista un peso che fuori dal carcere non avrebbe. Spiegare, ascoltare, rinviare, ignorare, usare un tono anziché un altro non modifica la pena stabilita dal giudice, ma incide sul modo in cui la persona la attraversa.
Le mani e l’orologio
Giostra affida le domande più profonde del libro non soltanto ai grandi snodi della vicenda, ma a oggetti e gesti elementari. Le mani non sono un ornamento sentimentale. Stringono, proteggono, trattengono, ringraziano, riconoscono e infine scivolano via. Dicono se qualcuno sia stato custodito o lasciato; quanto una vita sia passata attraverso un’altra; quanto un contatto possa contenere più verità di una spiegazione.
La mano della madre che, colpita a morte, scivola lentamente non porta con sé soltanto una persona. Porta via un’età intera: la giovinezza, la voce, la possibilità di sentirsi ancora protetti da qualcuno. La mano di Aurora compie un movimento differente. Non cancella il male e non redime magicamente. Riconosce. Restituisce a chi si percepisce consumato dalla propria storia la possibilità di non coincidere interamente con la propria rovina. Quando le parole definiscono, le mani riconoscono.
L’orologio separa invece il tempo misurabile dal tempo vissuto. Il processo conosce termini; la sentenza stabilisce una durata; il carcere organizza giornate. Ma il tempo della memoria, della paura e della colpa non obbedisce alla stessa misura. In cella un’ora può non finire, mentre una telefonata o un colloquio attesi per settimane possono consumarsi in pochi minuti. Il tempo giuridico procede; quello interiore può restare fermo nel punto esatto in cui una vita si è spezzata.
Un orologio a carica cammina soltanto se una mano torna a compiere il gesto necessario. L’immagine non offre una consolazione e non promette che ogni vita possa essere riavviata. Pone però una domanda che supera la trama: che cosa accade a una persona quando nessuno ne ricarica più il tempo? E che cosa può significare, nell’esecuzione della pena, impedire che la durata si riduca a una successione di giorni privi di relazione, orientamento e possibilità di parola?
Il carcere nel tempo presente
È difficile leggere oggi un romanzo sul carcere senza avvertire sullo sfondo il peso di una realtà segnata dal sovraffollamento, dai suicidi e da una crescente fatica delle istituzioni e degli operatori. Se fioriscono le spine, tuttavia, non può essere ridotto a un commento letterario del Sistema penitenziario. La sua forza consiste proprio nel precederla con una domanda più elementare e più radicale: chi è la persona affidata alla pena dello Stato?
Il libro non offre spiegazioni monocausali della sofferenza, non suggerisce soluzioni amministrative e non trasforma la relazione in una formula capace di compensare ogni insufficienza materiale. Ricorda, piuttosto, che nessuna organizzazione può riconoscere la fragilità se prima non conserva la capacità di vedere l’individuo oltre la categoria nella quale è stato legittimamente collocato. Il controllo del corpo non coincide con la comprensione della persona; la vigilanza, per quanto necessaria, non esaurisce la custodia; il tempo della pena non può essere pensato soltanto come tempo da sorvegliare.
In questa luce, anche il principio costituzionale secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità assume nel romanzo una profondità non declamatoria. L’umanità non è una benevolenza aggiunta alla pena e neppure un sentimento affidato alla disposizione individuale. È il limite interno del potere punitivo: la necessità di eseguire la decisione senza trasformare il fatto commesso nell’unica identità possibile del suo autore.
Giostra non oppone il diritto alla vita. Mostra il punto in cui il diritto, proprio per restare fedele alla propria funzione, deve riconoscere ciò che non può contenere. La sentenza può dire il fatto, attribuire la colpa e misurare la privazione della libertà. Non può stabilire che una persona non abbia più alcun resto. Quel resto non attenua la responsabilità, non risarcisce la vittima e non garantisce la redenzione. È semplicemente lo spazio nel quale una vita può ancora essere interrogata e nel quale la pena conserva un orientamento diverso dalla pura immobilizzazione.
Il resto della vita
Se fioriscono le spine non è una denuncia del carcere, un trattato sull’esecuzione penale o una parabola consolatoria sul cambiamento. È un romanzo che resiste alle identità definitive. Antonio non viene assolto dalla propria storia e non viene restituito al lettore come una vittima segreta. Resta responsabile del male commesso. Ma resta anche figlio, corpo, memoria, paura, possibilità. La vittima non viene rimossa. Chi custodisce non viene ridotto alla divisa. L’istituzione non viene rappresentata come un soggetto morale compatto, ma come il luogo nel quale persone differenti danno ogni giorno una forma concreta alla regola.
Per chi opera da molti anni nel sistema penitenziario, questa lettura non è una certificazione di autenticità. È un richiamo al limite dell’esperienza. Conoscere il carcere significa riconoscerne i ritmi, le tensioni, le necessità e le contraddizioni; non significa avere esaurito le persone che lo abitano. L’abitudine protegge dalle rappresentazioni ingenue, ma può produrre un’altra forma di cecità: quella che trasforma vite differenti in comportamenti già classificati e domande singolari in richieste già ascoltate.
La letteratura interrompe questa ripetizione. Non perché veda necessariamente meglio di chi vive quotidianamente il carcere, ma perché può costringerlo a vedere di nuovo. Giostra adopera il processo, la famiglia e la prigione per condurre il lettore oltre la sicurezza delle definizioni. Alla fine non gli chiede di sospendere il giudizio. Gli chiede di riconoscerne il limite.
Il giudizio è necessario. Il resto della vita lo è altrettanto. È in quello spazio residuo - che la sentenza non nega ma non può misurare - che responsabilità e vulnerabilità smettono di escludersi, che l’autorità può scegliere la propria forma e che la pena conserva la possibilità di non diventare una semplice ripetizione del male. Le spine, nel romanzo, possono fiorire. Ma continuano a pungere. È forse questa la sua verità più sobria: nessun cambiamento cancella ciò che è accaduto, e tuttavia ciò che è accaduto non deve necessariamente occupare tutto il futuro.
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Nota biografica. Marco Santoro opera da oltre trentacinque anni nel sistema penitenziario italiano. Laureato in giurisprudenza, abilitato alla professione forense e specializzato in studi penitenziari, affianca all’esperienza professionale l’interesse per la scrittura e per la rappresentazione culturale del carcere.